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Caso di ordinaria sanità

  • Scritto da Giuseppe Viola
loreto_mareCaro direttore, lo scorso 12 maggio, mia madre, dopo un forte dolore alla gamba, che le impediva di camminare in modo corretto, mi chiese di portarla in ospedale e, avendo a pochi chilometri da casa il Loreto Mare, arrivai in pochi minuti al Pronto Soccorso. Dopo due ore dall'accettazione vengo chiamato dal medico di turno che, con aria di sufficienza e di arroganza, mi dice "sua madre non è collaborativa, provi lei a farla parlare". Era stesa su di una barella con la bocca e il lato sinistro del corpo paralizzato. E ancora: "E' sicuro che non stesse già cosi prima?" Non la riconosco, inferma nel letto, in stato di incoscienza e immobile, mi viene detto: forse sua madre ha avuto un ictus. Due lacrime mi sfiorano il viso, poi cerco di essere rapido e preciso nelle risposte sperando da quel camice un aiuto. Rispondo a tutte le domande e chiedo loro di far tutto il possibile. Tra la compilazione della scheda e l'attesa per la Tac, il tempo passava lento, lentissimo.
La sera in reparto, nel corridoio di neurologia al 3° piano della struttura, senza letto, senza coperta e senza cuscino. Soli io e lei su di una barella in una corsia spoglia. L'indomani è domenica 13 maggio, festa della mamma: il mio augurio con un bacio. Il cuscino lo portiamo noi da casa. I Sanitari ripetono solo: "sua madre ha avuto una grave forma di ictus ischemico che ha interessato una vasta area del cervello e aspettiamo la seconda Tac per saper se è in fase di avanzamento o si è stabilizzata". Finalmente un letto dopo alcuni giorni, una terapia applicata e l'assistenza continua di un familiare, necessaria per aiutare chi non ha neppure la forza e la vista per cercare il campanello. Il 23 maggio mi dicono: "Sua madre è in dimissioni, si è stabilizzato il quadro clinico, portatevela, si consiglia un centro per la rieducazione". Mamma è paralizzata, va di corpo solo con l'ausilio di un catetere e di un pannolino, non può muoversi dal letto, non può mangiare da sola: come faccio a curarla da solo a casa, almeno posso avere un ausilio, non so: barella, carrozzina o altro? No.
Ho bisogno di qualche giorno per trovare un centro. A questa mia richiesta, un freddo: "Non ho letti disponibili, non si può fare niente: questa è una struttura per acuti". Fax su fax vengono inviati a tutti i centri che trovo su internet, chiedo ad amici e parenti, mi spingo oltre la Campania nell'affannosa ricerca di un centro dove poter ricoverare mia madre per poterle offrire una riabilitazione. Ma tutti rispondono: "La lista di attesa è lunga, occorrono dai 15 ai 20 giorni".
Questa la giustizia sanitaria. Qualche giorno di attenzione è troppo anche quando autorevoli studi ritengono che la fase acuta in un ictus debba essere inquadrata in un lasso di tempo che in media si aggira intorno ai 15-20 giorni, cosi come affermato, ad esempio, dal professor Marco Longoni (U.O. Neurologia - Stroke Unit A.O. S. Gerardo dei Tintori – Monza), e non in appena 11 giorni, forse necessari al reparto per una logica di efficienza nella gestione di pazienti.