A mille metri di quota esiste un luogo dove il silenzio è parte del paesaggio: un suggestivo borgo, che compare dalla nebbia e poi scompare di nuovo.
Ci sono strade che a un certo punto sembrano finire. L’asfalto si restringe, il bosco si chiude ai lati e il telefono smette di prendere. Non succede nulla di speciale, eppure cambia l’aria. Come se si stesse entrando in una parentesi.

Si sale ancora un po’, tra curve lente e scorci improvvisi. Poi arriva la nebbia. Non quella fastidiosa di pianura, ma una foschia leggera che si muove, si apre e si richiude. A fine inverno capita spesso, soprattutto nelle giornate ferme di febbraio, quando il paesaggio sembra trattenere il respiro.
È lì che si ha la sensazione di stare andando verso un posto fuori dal tempo. Non c’è traffico, non ci sono cartelli turistici invadenti. Solo qualche casa in lontananza che appare all’improvviso, come se fosse sempre stata nascosta.
Dove si trova il borgo fantasma
Questo suggestivo borgo, non è sulla strada per andare altrove: bisogna volerci arrivare. Questo dettaglio cambia tutto, perché chi sale fin quassù lo fa con calma e senza fretta.
Le montagne attorno isolano il panorama e allo stesso tempo lo ampliano. D’estate lo sguardo corre lontano, mentre nei mesi freddi le nuvole si abbassano fino a sfiorare i tetti. A volte li coprono del tutto, lasciando emergere solo qualche muro in pietra.
Non si sentono rumori, se non il vento o qualche passo. Niente vetrine, niente bar con la musica fuori, niente insegne luminose. Una situazione che oggi sembra quasi irreale, ma che qui è semplicemente la normalità.
Qualcuno lo ha soprannominato “il Tibet delle Marche”, forse per l’isolamento, forse per quella sensazione di altezza silenziosa che si avverte appena si arriva.
Il nome si scopre solo quando ci sei dentro
Solo a metà della salita compare un piccolo cartello. È uno di quelli discreti, senza effetti scenici e dice: Elcito.
A quel punto capisci che non si tratta di un punto panoramico, ma di un vero borgo. Minuscolo, raccolto, con poche case in pietra addossate una all’altra per proteggersi dal vento. Si trova nel territorio di San Severino Marche, ma la distanza dalla cittadina non è solo geografica, è proprio un altra cosa.
Le abitazioni sembrano crescere dalla roccia. Non c’è una piazza vera e propria, piuttosto uno slargo naturale dove i vicoli si incontrano. Camminando, si ha la sensazione che tutto sia rimasto com’era decenni fa. Non per scelta estetica, ma perché non c’è mai stata la necessità di cambiare.
Qui non trovi negozi, né file di souvenir. Le porte spesso sono chiuse, molte case vengono riaperte solo in certi periodi dell’anno. Eppure non è abbandonato. È un luogo che vive a intermittenza, seguendo stagioni e presenze.
A mille metri, sopra tutto il resto
Il borgo è appoggiato sulle pendici del Monte San Vicino, a circa mille metri di altitudine. Questa posizione lo rende spettacolare nelle giornate limpide, ma ancora più suggestivo quando la nebbia sale dalla valle e lo avvolge.
In quei momenti sembra davvero sospeso. Le case emergono a tratti, i contorni si sfumano, i suoni arrivano attutiti. Non è difficile capire perché chi arriva fin qui parli di atmosfera quasi mistica.
Non c’è molto da “fare”, ed è proprio questo il punto. Si cammina, si guarda, ci si ferma. Dopo un po’ si rallenta senza accorgersene. Anche chi arriva con l’idea di scattare due foto finisce per restare più del previsto.
Un silenzio che non mette a disagio
In tanti luoghi il silenzio è assenza. Qui invece è presenza. Riempie gli spazi, accompagna i passi, rende ogni dettaglio più evidente: il rumore della ghiaia sotto le scarpe, una finestra che si apre, il vento che gira tra i vicoli.
Non è un posto da visitare con la fretta della gita programmata. Richiede tempo, quello che di solito non ci concediamo. E forse è questo il suo vero segreto.
Non offre attrazioni nel senso classico, ma una pausa
Chi arriva aspettandosi qualcosa di spettacolare rischia di non capirlo subito. Poi magari si siede su un muretto, guarda la valle che si apre sotto le nuvole, e resta lì più del necessario. Senza motivo preciso.
E alla fine va via con la sensazione di essere stato in un luogo che non assomiglia a nessun altro. Non perché sia lontano, ma perché è rimasto fermo mentre tutto intorno cambiava.





